Selezione è il mio motto!

Neanche farlo apposta!, e la collega Debora Serrentino mi ha preceduto questa settimana con un post dalla tematica simile che potete leggere qui

Ma sapete, il mio famoso progetto delle 30.000 parole mi ha portato a scrivere vari post in anticipo, e proprio oggi avevo previsto questo 🙂 Veniamo a noi, dunque.

Giorno dopo giorno mi rendo conto di essere diventata sempre più selettiva. Se qualche anno fa, all’inizio della mia attività da freelance, ero diciamo più propensa a non lasciarmi sfuggire nessuna richiesta di traduzione da parte di agenzie o clienti diretti, pur di farmi un nome e penetrare in questo mercato un po’ difficile, oggi la situazione è profondamente cambiata. E mi ritrovo a riflettere su questo aspetto proprio in questi giorni, perché mi è capitato di rifiutare un paio di proposte di progetti traduttivi. Non pensavo di farcela (si sa, dire di “no” in questi casi non è proprio cosa facile), e invece ero davvero tranquilla e serena quando ho pronunciato il fatidico… NO!

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Cosa è cambiato? Beh molte cose direi. In primis, il fatto di avere una famiglia con due bambine piccole, che risucchiano energie e tantissimo tempo (come è giusto che sia, si intenda). In secondo luogo, ho fatto del termine “selezione” un po’ il mio motto, sia nella vita personale che professionale. A livello personale, per esempio, cerco di scegliere con cura i cibi mentre faccio la spesa al supermercato, oppure punto molto alla qualità degli abiti che indosso. Da un punto di vista lavorativo, invece, sto imparando a dire di no. E non è poco eh! Dire di no è difficile, perché si ha paura di perdere un’occasione, di perdere un cliente, di fare brutta figura. Ma non pensate che sia così. Ognuno fa le sue valutazioni e se arriva a dire di no, c’è un motivo ben preciso: non c’è tempo a sufficienza per portare avanti un dato progetto o il settore di lavoro non è il nostro, oppure ancora il compenso offerto è decisamente troppo basso (questa motivazione, ahimè, è sempre più frequente nel mercato attuale). Sappiamo che, in quanto professionisti degni di tale nome, abbiamo il diritto a dei compensi equi, adeguati alle nostre capacità e al lavoro che siamo in grado di portare a termine. Quindi, io personalmente sto piano piano eliminando quei clienti/agenzie che pagano poco, magari pure con tempistiche bibliche. Eh no, cari miei, io non ci sto più. Le bollette le pago anch’io come tutti, e al supermercato non posso dire “ti pago a 60 giorni”. Adesso il gioco cambia, e le regole le detto io.

Mi indigno sempre quando elettricisti, meccanici, idraulici e compagnia bella, per aver fatto un piccolissimo controllo in casa, per esempio, chiedono 50 euro come niente (e magari devono pure ritornare a cambiare un pezzo)!

Giusto ieri mi serviva un certificato medico per attività sportiva non agonistica (sì, ho deciso di fare un po’ di palestra!!, mi stupisco sempre più di me stessa – chi mi conosce da vicino sa che io e lo sport viaggiamo su binari paralleli, ma per qualche arcano mistero questi binari paralleli ora sembrano incrociarsi un pochino!), e la dottoressa mi ha chiesto 30 euro. Una tale cifra per cosa?? Per compilare una carta prestampata e apportare firma e timbro. E allora se le cose stanno così, anch’io (parlo a nome di tutta la categoria in realtà) voglio essere pagata per quello che so fare. Se poi lo faccio bene, rispettando le tempistiche e tu, cliente, sei contento di me, allora mi devi pagare il giusto. Perché ci ho speso tempo, energia, risorse, anni di studio e sacrifici. Vabbè, ok, mi calmo un attimo perché questa tematica mi fa un po’ infervorare 😉

Quindi, selezione, selezione e ancora selezione. Solo così possiamo sperare di arrivare in alto, di fissare il nostro nome come esperti nel settore. Solo così potremo garantirci dei compensi adeguati e quindi un futuro degno per noi e per i nostri figli. 

Impariamo a dire di no se le condizioni che ci vengono offerte non ci soddisfano. Naturalmente, se ci sono margini di trattativa, si fa tutto il possibile per venire incontro al cliente (e viceversa, si spera!), ma se vediamo che il cliente non ci sente proprio, allora via, è meglio cambiare aria e guardare a orizzonti migliori.

 

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